Cari post-umani,
più di un secolo fa, a una fiera del bestiame in Inghilterra, lo scienziato Francis Galton assistette a una gara curiosa: indovinare il peso di un bue. Chiunque poteva pagare qualche soldo e scrivere la propria stima su un biglietto. Parteciparono in settecentottantasette, macellai e contadini ma anche persone che di buoi non sapevano nulla. Galton, che aveva un’opinione piuttosto bassa del giudizio dell’uomo medio, era convinto che la folla avrebbe toppato clamorosamente. Prese tutti i biglietti e calcolò il valore centrale delle stime. Era di 1.207 libbre, contro un peso reale di 1.198: un errore inferiore all’uno per cento. La folla, nel suo insieme, aveva indovinato meglio di quasi ogni singola persona che la componeva, e meglio degli esperti. Galton chiamò quel risultato «Vox Populi», la voce del popolo.
Da quel giorno un’idea ha attraversato in silenzio il mondo moderno: molte menti insieme sanno più di una sola. Lo diciamo di rado ad alta voce, eppure regge moltissimo di ciò che abbiamo costruito. La democrazia si fonda su questo: la somma di tanti giudizi imperfetti è più saggia di un solo sovrano illuminato. I mercati si fondano su questo: il prezzo è la stima collettiva di tutti. E poi le giurie, i referendum, Wikipedia, i mercati previsionali, perfino il «chi ha comprato questo ha comprato anche» dei siti. Sotto a tutto, la stessa fiducia: da soli sbagliamo, insieme ci correggiamo.
Per un secolo quella fiducia ha avuto due contendenti, l’individuo e la folla, e di solito vinceva la folla. Adesso ne è comparso un terzo.
Nel maggio del 2025 il campione del mondo di scacchi, Magnus Carlsen, ha giocato una partita contro tutti. Alla lettera: su una piattaforma online, più di centoquarantatremila persone hanno votato, mossa dopo mossa, quello che il mondo doveva giocare. Veniva eseguita la mossa più votata. È durata quarantasei giorni. Ed è finita in parità. La folla, questa folla immensa e distribuita, ha tenuto testa al giocatore più forte del pianeta. Nel 1999 un esperimento simile contro Garry Kasparov, con una folla un terzo di questa, era finito con una sconfitta. In un quarto di secolo la folla aveva raggiunto il campione.
Ma è quello che accade accanto a cambiare tutto. Perché mentre la folla umana pattava con il migliore di noi, un programma chiamato Stockfish siede a oltre 3.600 punti contro i circa 2.800 di Carlsen. Contro la macchina, il campione del mondo ha più o meno l’uno per cento di probabilità in una singola partita. Non la folla, non il fuoriclasse: la macchina, da sola, li supera entrambi senza fatica.
Abbiamo quindi tre modi di sapere una cosa che nessuno sa con certezza: da soli, insieme, in modo artificiale. E per la prima volta nella storia il terzo vince.
Vale la pena capire perché la folla fosse saggia, perché ci dice cosa stiamo perdendo e cosa no. La folla di Galton funzionava per una ragione precisa: le stime erano indipendenti l’una dall’altra, ed erano varie, e i loro errori puntavano in ogni direzione. Facendone la media, gli errori si annullavano a vicenda e restava qualcosa di molto vicino alla verità. Non era magia, era statistica. La macchina fa una cosa diversa: non media i nostri errori, semplicemente ci sorpassa, su quella domanda specifica.
Ed è qui che si apre la questione scomoda. Se l’oracolo più affidabile non è più la somma di noi, ma un sistema che nessuno di noi comprende del tutto, cosa succede a tutte le cose che decidiamo insieme proprio perché credevamo che insieme avremmo azzeccato la risposta? I mercati sono già in gran parte macchine che parlano con altre macchine. La tentazione, che in qualche caso è già realtà, è affidare all’oracolo un numero crescente di domande collettive: la politica economica migliore, la città ottimale, la pena giusta. Perché votare, perché discutere, perché litigare per settimane come centoquarantatremila giocatori di scacchi, se una macchina ti dà la risposta migliore in un secondo?
Credo che stiamo confondendo due cose diverse che la folla faceva insieme. Una è trovare la risposta giusta. L’altra è decidere, tutti quanti, cosa vogliamo, e accettare di conviverci. La folla di Galton valeva perché era accurata. Ma una democrazia, una giuria, un’assemblea non esistono soltanto per essere accurate. Esistono per dare legittimità, per rendere nostra una scelta, per permetterci di acconsentire e, se serve, di cambiare idea. Una macchina può trovare la risposta a una domanda che ha una risposta giusta. Non può dirci quali domande valga la pena porre, a cosa siamo disposti a rinunciare, chi vogliamo diventare. Sono cose che non hanno una soluzione da calcolare. Hanno solo un «noi» che sceglie.
Forse è questa la lezione discreta del bue. Galton andò a quella fiera convinto di dimostrare che la folla è sciocca, e tornò avendo scoperto che è saggia. A noi tocca il viaggio inverso: smettere di credere che la folla valga perché ha ragione, ora che sull’avere ragione la macchina la supera, e riscoprire che vale perché è nostra. Decidere insieme potrebbe smettere di essere il modo migliore per trovare la verità. Resta l’unico modo che abbiamo per restare un «noi».
Essere post-umani, forse, vuol dire anche questo: tenere per noi le decisioni che non hanno una risposta giusta, proprio nel momento in cui una macchina si offre di prendere tutte le altre.
Davide
Fonti principali:
Francis Galton, «Vox Populi» (Nature, 1907): la gara alla fiera, 787 stime, il valore centrale a meno dell’uno per cento dal peso reale del bue — Nature, Vox Populi (PDF)
Magnus Carlsen contro il mondo, maggio 2025: oltre 143.000 giocatori, 46 giorni, la partita finisce in parità — CNN, Chess.com
Il divario tra i motori scacchistici e i campioni umani (Stockfish oltre 3.600 punti contro i circa 2.800 di Carlsen) — CCRL, classifica dei motori
James Surowiecki, The Wisdom of Crowds (2004), per il quadro generale sulla saggezza delle folle


