Cari post-umani,
nel 1979, a Three Mile Island, in Pennsylvania, un reattore nucleare andò in fusione parziale nel più grave incidente atomico della storia americana. Da allora quel nome è diventato un simbolo del rifiuto del nucleare. Eppure, alla fine del 2024, è stato annunciato che l’impianto sarebbe tornato in funzione: non il reattore dell’incidente, ma quello rimasto accanto, spento nel 2019. A farlo riaccendere è un contratto ventennale con Microsoft, che di quei circa ottocento megawatt ha bisogno per una cosa sola: alimentare le macchine che fanno funzionare l’intelligenza artificiale.
Vale la pena fermarsi su questa immagine, perché racconta il terzo dei nostri Arieti, quello di cui si parla meno ma che regge tutti gli altri: la potenza. Non il potere politico o economico, ma la potenza nel senso più fisico e antico del termine. L’energia. Perché pensare, di colpo, è diventato una delle attività più energivore del pianeta.
Per capire quanto sia una novità, conviene ricordare che la nostra intelligenza, finora, era quasi gratis.
Il cervello umano funziona con circa venti watt: meno di una vecchia lampadina. Per centomila anni abbiamo pensato, immaginato, deciso, costruito civiltà, con un consumo di energia irrisorio. Il pensiero era la cosa più straordinaria e insieme la più economica che facessimo. Adesso, per la prima volta, abbiamo costruito una forma di intelligenza che pensa fuori dal nostro cranio, e quella intelligenza ha un prezzo fisico enorme: si misura in gigawatt, in centrali elettriche, in reti al limite del sovraccarico.
C’è un filo che attraversa tutta la storia umana, ed è proprio questo. Ogni grande salto di civiltà è stato un salto nella potenza che riuscivamo a padroneggiare.
Alla fine del Settecento un ingegnere scozzese, James Watt, perfezionò la macchina a vapore. Non inventò l’energia, ma imparò a trasformarne una forma immagazzinata — il carbone — in forza utilizzabile, e a misurarla: l’unità di potenza che usiamo ancora oggi, il watt, porta il suo nome. Da quel momento l’umanità smise di dipendere solo dai muscoli, dal vento e dai fiumi, e cominciò a comandare quantità di energia prima inimmaginabili. Fabbriche, treni, città: la rivoluzione industriale fu prima di tutto una rivoluzione della potenza disponibile. Ogni volta che abbiamo saputo mettere le mani su più energia, abbiamo cambiato il mondo.
L’intelligenza artificiale è l’ultimo anello di questa catena, con una differenza che cambia tutto: l’energia non serve più solo a muovere le cose, ma a farle pensare. E la quantità in gioco è enorme. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 i data center di tutto il mondo hanno consumato circa quattrocentoquindici terawattora di elettricità, attorno all’uno e mezzo per cento del totale mondiale. Entro il 2030 quel consumo è destinato a più che raddoppiare, verso i novecentoquarantacinque terawattora: poco più di quanto consuma oggi l’intero Giappone. Il motore principale di questa corsa è proprio l’intelligenza artificiale, che cresce a un ritmo quattro volte più rapido della domanda elettrica complessiva. Negli Stati Uniti, da qui al 2030, i data center peseranno per quasi metà della crescita del fabbisogno di elettricità, più di acciaio, alluminio, cemento e chimica messi insieme.
Ecco perché Microsoft riaccende una centrale nucleare, e non è la sola. In tutto il mondo le grandi aziende della tecnologia stanno firmando accordi sull’energia come se fossero compagnie elettriche: rimettono in funzione vecchie centrali, investono nel nucleare di nuova generazione, si contendono turbine e allacciamenti alla rete. È un rovesciamento silenzioso ma profondo: fino a ieri il limite dell’informatica era la potenza di calcolo; oggi il vero collo di bottiglia è la potenza elettrica. Non i chip, ma i megawatt per farli funzionare.
Qualche via d’uscita, forse, è più vicina di quanto sembri. Le rinnovabili sono ormai le fonti che crescono più in fretta, con costi in caduta da anni, e attorno alla fusione nucleare — l’energia delle stelle, pulita e in teoria quasi illimitata — si sono concentrati investimenti e progressi che fino a poco tempo fa parevano fantascienza, con i primi impianti sperimentali promessi entro la fine del decennio. Sono promesse, non ancora certezze, e conviene prenderle per quello che sono. Ma nel frattempo, in attesa che una di queste strade maturi, ognuno cerca quello che trova: un po’ di solare qui, una vecchia centrale riaccesa là, una turbina a gas dove serve corrente subito. La transizione ordinata è il traguardo; il presente è un arrangiarsi affannoso, fatto di qualunque megawatt sia disponibile adesso.
Da questo intreccio tra intelligenza ed energia nascono alcune questioni serie.
La prima è ambientale. Raddoppiare in pochi anni il consumo elettrico dei data center significa mettere sotto pressione reti già affaticate, e rischiare di farlo bruciando più gas e più carbone proprio mentre proviamo a ridurre le emissioni. L’AI potrebbe aiutarci a rendere più efficiente il sistema energetico, ed è una possibilità reale; ma nell’immediato la sua fame di corrente è una fame vera, che ricade su territori, bollette e clima.
La seconda è geografica, e forse più decisiva. Se pensare su larga scala richiede quantità colossali di energia, allora l’intelligenza si sposterà dove l’energia c’è: dove ci sono centrali, sole, vento, fiumi, uranio. L’accesso alla potenza elettrica diventa la condizione per accedere alla potenza cognitiva. Chi ha energia in abbondanza potrà pensare in grande; chi non ne ha resterà a guardare. È una nuova mappa del mondo, disegnata in megawatt.
Non credo che questa fame di energia sia di per sé una condanna. Ogni civiltà è cresciuta imparando a padroneggiare più potenza, e farlo in modo pulito e abbondante è una delle sfide più importanti che abbiamo davanti. Il punto è averne consapevolezza: dietro ogni risposta istantanea, dietro l’apparente leggerezza di una conversazione con una macchina, c’è un peso fisico reale, fatto di corrente, di calore, di infrastrutture. L’intelligenza artificiale non è una nuvola immateriale. È una delle cose più materiali che abbiamo mai costruito.
Forse la vera domanda di questa rivoluzione non è quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma con quale energia decideremo di alimentarle. Perché il pensiero, che per tutta la nostra storia è stato quasi senza peso, ha cominciato a pesare. E imparare a reggere quel peso, senza bruciare il pianeta per farlo, è una delle scelte più concrete che ci aspettano.
Davide
Fonti principali:
Il riavvio di Three Mile Island (Unit 1) grazie a un accordo ventennale con Microsoft per alimentare i data center dell’AI, circa 835 MW (annuncio di Constellation Energy, settembre 2024) — Constellation Energy
Il cervello umano consuma circa 20 watt — Scientific American
James Watt, la macchina a vapore e l’unità di potenza (il watt) — Encyclopaedia Britannica
Consumo elettrico dei data center: circa 415 TWh nel 2024 (~1,5% del totale mondiale), destinato a più che raddoppiare verso i 945 TWh entro il 2030 (poco più del consumo del Giappone), con l’AI come motore principale — IEA, Energy and AI


