Cari post-umani,
nel settimo libro della Repubblica, Platone immagina una scena che non ci siamo più tolti dalla testa. In una caverna, alcuni prigionieri sono incatenati fin dalla nascita, rivolti verso una parete. Dietro di loro arde un fuoco, e tra il fuoco e le loro spalle qualcuno fa passare degli oggetti, che proiettano ombre sul muro. I prigionieri non hanno mai visto altro. Per loro quelle ombre non sono una rappresentazione della realtà: sono la realtà. Non sanno nemmeno che esistano gli oggetti che le proiettano, e meno che mai il sole, là fuori.
Per venticinque secoli è stata una metafora della condizione umana. Oggi descrive, con una precisione che mette a disagio, il nostro rapporto quotidiano con l’informazione. Perché con l’intelligenza artificiale ci stiamo allontanando, un passo alla volta, dalle cose, e ci stiamo accontentando delle loro ombre.
Guardate come ci informiamo adesso. Non leggiamo più il rapporto: ne leggiamo un riassunto, costruito su misura per quello che ci serve. Non ascoltiamo la riunione: leggiamo il resoconto della macchina. Non apriamo il contratto: chiediamo soltanto quali sono le clausole rischiose. Ognuno di questi gesti è comodo e spesso sensato. Ma ognuno è un’ombra della cosa, e stiamo cominciando a scambiare l’ombra per la cosa.
Il caso più assurdo lo conosciamo tutti, perché lo facciamo. Una persona ha in mente tre punti. Chiede all’intelligenza artificiale di trasformarli in una mail lunga, curata, professionale. La invia. Dall’altra parte, chi la riceve, davanti a quel muro di parole, chiede alla propria intelligenza artificiale di riassumergliela. E ottiene, più o meno, i tre punti di partenza. Abbiamo costruito una macchina elaborata per gonfiare e poi sgonfiare la stessa aria. Nessuno, in mezzo, ha letto davvero nulla.
Non è solo un aneddoto buffo, è un problema misurato. Nel settembre del 2025 la Harvard Business Review ha dato un nome a questo fenomeno: workslop, la broda da lavoro. È quel materiale prodotto dall’intelligenza artificiale che sembra rifinito e competente, ma è vuoto, e che scarica la fatica vera su chi lo riceve e deve capire cosa diceva sotto. Lo studio citato, condotto da un laboratorio insieme a ricercatori di Stanford, ha trovato che una quota larga di lavoratori ne aveva già ricevuto, con un costo di ore e di denaro per ripulirlo. Documenti che hanno la forma della sostanza e la consistenza dell’ombra.
E non è solo un problema interno. Nell’ottobre del 2025 una delle maggiori società di consulenza del mondo, Deloitte, ha dovuto rimborsare parte del compenso al governo australiano: un rapporto commissionato conteneva citazioni accademiche e una sentenza inesistenti, generate dall’AI e mai verificate. Pochi mesi prima, il bot di assistenza dell’azienda di software Cursor aveva inventato una regola sugli abbonamenti che non esisteva, e diversi clienti, credendola vera, avevano disdetto. In entrambi i casi la rappresentazione è stata scambiata per la realtà, e il problema è nato lì, nello spazio che nessuno controllava più.
E qui arriva la parte che mi inquieta di più, perché riguarda la fonte di tutto. Nel 2024 un gruppo di ricercatori ha mostrato su Nature cosa succede quando si addestra un’intelligenza artificiale soprattutto su testi prodotti da altre intelligenze artificiali, generazione dopo generazione: il modello degrada, e alla fine «collassa». Perde i dettagli rari, le sfumature, i casi veri che stanno ai margini, e converge verso una media sempre più piatta e sempre più finta. Lo hanno chiamato model collapse. È l’immagine di Platone portata all’estremo: l’ombra di un’ombra di un’ombra. Se il web si riempie di testo scritto dalle macchine, e le macchine imparano da quel testo, la copia viene fatta sulla copia, e l’originale si allontana finché non lo vede più nessuno.
C’è una versione di questo scarto molto più antica dell’intelligenza artificiale, e molto più grande. Si chiama rappresentanza. In una democrazia la volontà dei cittadini non arriva quasi mai diretta: viene riassunta, delegata, tradotta in chi ci rappresenta e nelle norme che ne escono. Anche qui, tra la cosa e la sua rappresentazione, si apre uno spazio. E in quello spazio, a volte, la decisione originaria si perde.
Gli esempi italiani sono purtroppo diffusi. Nel 1993 oltre il novanta per cento dei votanti abolì il finanziamento pubblico ai partiti: tornò poco dopo sotto un altro nome, i rimborsi elettorali. Nel 2011 circa il novantacinque per cento volle togliere il profitto dalla gestione dell’acqua, e quella volontà è rimasta in gran parte sulla carta. Sempre nel 2011 circa il novantaquattro per cento fermò il ritorno al nucleare, una scelta che oggi la politica torna a rimettere in discussione. Ogni volta il popolo aveva parlato con chiarezza, e tra la sua voce e ciò che è accaduto si è aperta la solita, silenziosa distanza. L’ombra non coincideva più con l’oggetto che avrebbe dovuto proiettare.
Metto le due cose vicine di proposito. Perché il rischio dell’intelligenza artificiale, qui, non è inventare un problema nuovo: è prendere uno scarto che conosciamo da sempre, quello tra la volontà e la sua rappresentazione, e moltiplicarlo. Quando anche il riassunto di ciò che pensiamo, il resoconto di cosa vogliamo, la sintesi di un dibattito pubblico li produce una macchina, gli strati tra noi e la decisione diventano di più, non di meno. E a ogni strato la voce di partenza si attenua.
Lasciatemi provare a specularci sopra un momento. Il prigioniero di Platone, a un certo punto, si libera, si volta, e cammina a fatica verso la luce, verso le cose vere e poi verso il sole. Il nostro rischio è il movimento opposto: una civiltà che si trova così comoda tra le ombre, perché sono rapide, economiche e abbastanza buone, da dimenticare pian piano che un sole c’era. Il pericolo dell’intelligenza artificiale, su questo, non è che ci menta. È che ci offra una parete di ombre infinita, comoda e bene illuminata, e che a un certo punto smettiamo di avere voglia di girarci.
Eppure c’è un modo più intelligente di usare questi strumenti, e cambia il modo in cui lavoreremo insieme. Se due persone, ciascuna potenziata dalla sua intelligenza artificiale, collaborano scambiandosi documenti lunghi che nessuno dei due legge e che entrambi fanno leggere alla macchina, allora abbiamo solo costruito una caverna più sofisticata. Essere «bionici», potenziati, non dovrebbe servire a produrre più ombre. Dovrebbe servire a scambiarci la cosa, non la sua rappresentazione gonfiata: non il documento, ma il seme compatto da cui è cresciuto. L’intenzione, i dati, il contesto strutturato, la fonte vera. Le nostre macchine, sempre più, parleranno direttamente tra loro, con protocolli nati apposta per farle dialogare in modo ordinato, e si scambieranno informazione strutturata invece di prosa scritta per non essere letta. E noi, liberati dalla finzione di leggere ciò che non leggiamo, potremmo tornare a fare l’unica cosa che la macchina non sa fare al posto nostro: guardare la cosa reale e decidere cosa significa.
Perché Platone non ha scritto la caverna per dirci che le ombre sono false. Le ombre, in fondo, erano fedeli: riproducevano davvero gli oggetti. L’ha scritta per ricordarci che dietro l’ombra c’è qualcosa che la proietta, e sopra la caverna c’è un sole, e che il senso stesso di avere una mente è il desiderio di girarsi a guardare. Forse essere post-umani è proprio questo: usare le macchine più potenti mai costruite per fabbricare ombre, e tenere, testardamente, la voglia di vedere cosa le proietta.
Davide
Fonti principali:
Platone, Repubblica, libro VII: l’allegoria della caverna — Stanford Encyclopedia of Philosophy
Workslop: il materiale prodotto dall’AI che sembra rifinito ma è vuoto e scarica la fatica su chi lo riceve, con la ricerca di BetterUp Labs e Stanford (settembre 2025) — Harvard Business Review
Model collapse: i modelli degradano quando sono addestrati in modo ricorsivo su dati generati da altri modelli (Shumailov et al., Nature, 2024) — Nature
Casi aziendali: il rimborso di Deloitte al governo australiano per un rapporto con fonti inventate dall’AI (ottobre 2025) e il bot di Cursor che ha inventato una regola sugli abbonamenti (aprile 2025) — Fortune, AI Incident Database
I protocolli per far dialogare gli agenti tra loro: il Model Context Protocol di Anthropic e l’Agent2Agent (A2A) presentato da Google nel 2025 — Google Developers Blog
I referendum italiani citati: l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (1993) e i quesiti su acqua pubblica e nucleare (2011) — Referendum 1993, Referendum 2011


