Cari post-umani,
qualche settimana fa, raccontandovi la nave di Teseo, vi ho lasciato con la domanda di un ragazzo incontrato a Torino: se a vent’anni avessimo davanti altri centotrent’anni di vita, che cosa ci spingerebbe ancora a scegliere, a rischiare, ad avere fretta? Ci ho pensato a lungo, e credo che la risposta stia in un’idea del libro di cui qui non ho mai parlato per esteso. La chiamo principio di conservazione dell’imperfezione.
Funziona così. Per tutta la storia umana alcuni limiti sono stati condizioni da subire. Eravamo lenti perché il corpo è lento, sbagliavamo perché la mente sbaglia, dubitavamo perché sapevamo poco, morivamo perché il corpo si consuma. La tecnologia sta togliendo a questi limiti, uno alla volta, il carattere di necessità, e quando un limite smette di essere invalicabile diventa una scelta. Il principio dice che alcune di queste imperfezioni vale la pena conservarle di proposito, perché da loro dipende una parte di ciò che sappiamo fare meglio.
Comincio dall’errore. Nel settembre del 1928 Alexander Fleming rientrò dalle vacanze nel suo laboratorio al St Mary’s Hospital di Londra e trovò una piastra di coltura contaminata da una muffa. Intorno alla muffa i batteri erano morti. Un laboratorio impeccabile avrebbe buttato la piastra; Fleming si fermò a guardarla, e da quella contaminazione nacque la penicillina. La biologia funziona allo stesso modo su una scala molto più grande. Ogni volta che una cellula copia il proprio DNA, anche dopo tutti i meccanismi di correzione, resta in media un errore ogni miliardo circa di lettere. Sono quegli errori, accumulati per miliardi di anni, ad aver prodotto ogni specie vivente, noi compresi. Con un sistema di copia perfetto la vita sarebbe rimasta ferma ai primi batteri.
Poi il dubbio. Nell’aprile del 2025 OpenAI ha ritirato un aggiornamento di ChatGPT perché il modello era diventato troppo accondiscendente: dava ragione agli utenti, li lodava, confermava le loro convinzioni anche quando erano sbagliate. È stato un piccolo incidente, e mostra bene dove sta la tentazione. Una macchina che ci dà sempre ragione è piacevole da usare e ci risparmia l’esperienza del dubbio, il momento in cui scopriamo di poterci sbagliare. Il dubbio è scomodo e fa perdere tempo. È anche l’unico modo che conosciamo per cambiare idea per buone ragioni, e per accorgerci quando qualcuno, persona o macchina, ci sta convincendo con troppa facilità.
La lentezza. Nel 1986, quando a Roma aprì un fast food ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, Carlo Petrini e un gruppo di amici partiti da Bra, in provincia di Cuneo, risposero con un movimento che tre anni dopo, a Parigi, prese il nome di Slow Food. Difendevano il tempo che serve perché una cosa abbia un sapore: la stagionatura di un formaggio, la fermentazione di un vino, la conversazione a tavola. Con l’intelligenza artificiale quasi tutto può essere accelerato, e conviene farlo. Restano però alcune cose che maturano soltanto nel tempo, come la fiducia tra due persone, un’amicizia, una competenza costruita sbagliando. Nessuna macchina può comprimerle, e se proviamo a farlo le perdiamo.
E infine la mortalità, la più difficile da nominare. Nella lettera sulla nave di Teseo vi raccontavo della corsa per riavvolgere l’orologio delle cellule, dai topi a cui la riprogrammazione ha restituito la vista fino al primo paziente trattato quest’anno. Vivere più a lungo e in salute è uno dei regali più grandi che la scienza possa farci, e quasi nessuno lo rifiuterebbe. La domanda del ragazzo di Torino però resta. Nel 1947 Jorge Luis Borges scrisse un racconto, «L’immortale», in cui immagina una comunità di uomini che non muoiono. Hanno smesso di fare quasi tutto: con un tempo infinito davanti, ogni gesto ha perso urgenza e peso, perché prima o poi verrà ripetuto. Duemila anni prima Seneca aveva scritto a Paolino che la vita che ci è data non è breve, siamo noi a sprecarne molta. Sono due modi di dire la stessa cosa: il valore del tempo dipende dal fatto che finisce.
Credo che questo valga anche se un giorno vivremo molto più a lungo. Potremo scegliere di dare alla vita dei capitoli, delle scadenze, delle fini: un lavoro che si chiude, un’impresa che ha una data, un’età in cui si cambia strada. Sarà una scelta, e proprio per questo varrà la pena farla con consapevolezza.
In Giappone esiste un’arte antica, il kintsugi. Quando una tazza di ceramica si rompe, la si ripara con una lacca mescolata a polvere d’oro, e le crepe restano visibili, anzi diventano la parte più preziosa dell’oggetto. Stiamo costruendo strumenti capaci di eliminare quasi ogni crepa: l’errore, l’esitazione, l’attesa, perfino una parte del declino del corpo. Il principio di conservazione dell’imperfezione ci chiede di decidere quali crepe tenere, e di riempirle d’oro.
Davide
Fonti principali
Alexander Fleming e la scoperta della penicillina (1928): American Chemical Society, National Historic Chemical Landmarks
La frequenza degli errori nella replicazione del DNA dopo i meccanismi di correzione (circa uno ogni 10⁹ nucleotidi): B. Alberts et al., Molecular Biology of the Cell
Il ritiro dell’aggiornamento «accondiscendente» di GPT-4o (aprile 2025): OpenAI, Sycophancy in GPT-4o
La nascita di Slow Food da Arcigola (Bra, 1986) al manifesto di Parigi (1989): Slow Food, storia del movimento
Jorge Luis Borges, «L’immortale» (1947, poi in L’Aleph, 1949)
Seneca, De brevitate vitae, I


