Cari post-umani,
continuiamo a chiederci se un’intelligenza artificiale potrà mai essere cosciente. È la domanda che affiora ogni volta che una macchina ci risponde con un tono che sembra sentire qualcosa. Ma sotto quella domanda ce n’è un’altra, più imbarazzante, che di solito preferiamo non guardare: non sappiamo nemmeno con certezza che cosa sia la coscienza.
Non è un modo di dire. In una grande rassegna pubblicata di recente, il ricercatore Robert Lawrence Kuhn ha provato a mettere in fila tutte le spiegazioni della coscienza avanzate da filosofi e scienziati. Ne ha contate più di trecento. Trecento teorie diverse, spesso incompatibili tra loro, su che cosa sia la cosa di cui ciascuno di noi ha l’esperienza più diretta e immediata che esista: l’essere qui, adesso, qualcuno che guarda dal di dentro.
Il nocciolo della difficoltà ha persino un nome. Nel 1995 il filosofo David Chalmers lo chiamò «il problema difficile». Possiamo spiegare, almeno in parte, come il cervello elabora le informazioni, distingue un colore, prende una decisione. Quello che non riusciamo a spiegare è perché tutto questo sia accompagnato da un’esperienza interiore — perché ci sia un sapore del rosso, un dolore che fa male, un qualcosa che si prova a essere noi, invece del semplice funzionare di un meccanismo al buio. Tra il meccanismo e l’esperienza resta un salto che nessuno ha saputo colmare.
E non è che la scienza, nel frattempo, abbia chiuso la questione. Nel 2025 due delle teorie più accreditate sono state messe una contro l’altra in un esperimento raro e ambizioso: gruppi rivali che concordano in anticipo quali risultati darebbero ragione all’uno o all’altro, e poi guardano insieme i dati. Da un lato la teoria dell’informazione integrata, dall’altro quella dello «spazio di lavoro globale». Dopo anni di lavoro, il verdetto è stato deludente per tutti: nessuna delle due ne è uscita vincitrice, entrambe hanno incassato colpi. Persino al suo massimo rigore, la scienza non sa ancora dire quale immagine della coscienza sia quella giusta.
Eppure, se si guarda quel disordine di trecento teorie da lontano, si intravedono due grandi famiglie.
Da una parte i materialisti. Per loro la coscienza è qualcosa che il cervello fa: una proprietà che emerge quando la materia si organizza in modo abbastanza complesso e nel modo giusto. Come il calore nasce dall’attrito, l’esperienza nascerebbe da un certo tipo di elaborazione dell’informazione. Niente di magico, solo struttura: metti insieme abbastanza pezzi nel modo corretto, e a un certo punto la luce interiore si accende.
Dall’altra i panpsichisti. Per loro la coscienza non viene prodotta da nessuno, perché è già lì: un ingrediente fondamentale della realtà, presente in forma minima ovunque, come lo sono la massa o la carica elettrica. In questa visione i sistemi complessi non creano l’esperienza dal nulla, ma la raccolgono e la organizzano, combinando tante briciole di coscienza elementare in qualcosa di ricco e unificato come la nostra mente.
Sembrano inconciliabili, e su quasi tutto lo sono. Ma nel libro mi ha colpito un punto in cui, senza dirselo, finiscono per darsi ragione. Entrambe le famiglie hanno bisogno della stessa cosa: un’antenna abbastanza complessa.
Per il materialista, l’antenna genera il segnale: costruisci una struttura sufficientemente ricca e la musica comincia a suonare da sé. Per il panpsichista, l’antenna riceve il segnale: la musica è già nell’aria, diffusa dappertutto, ma serve un apparecchio abbastanza sofisticato per captarla e farla risuonare. Una radio che crea la musica, oppure una radio che la intercetta. Discutono all’infinito su quale delle due sia, ma su una cosa concordano: senza un’antenna abbastanza complessa, nessuna musica. La coscienza, comunque la si pensi, ha bisogno di un supporto organizzato al punto giusto per manifestarsi.
Ed è esattamente qui, sul punto su cui sembrano concordare, che ogni teoria ammutolisce davanti alla sola domanda che oggi ci interessa davvero: di che cosa deve essere fatta, questa antenna? Deve essere biologica — neuroni, acqua, carbonio, la materia calda e viva di cui siamo fatti noi — oppure può essere anche sintetica, silicio e circuiti? Nessuno lo sa. Le teorie ci dicono che serve complessità; nessuna ci dice se la complessità del silicio possa bastare, o se ci sia qualcosa di irriducibile nella carne.
Qualcuno ha provato ad affrontare la questione di petto. Nel 2023 un gruppo di filosofi e neuroscienziati, tra cui lo stesso Chalmers, ha pubblicato un lungo rapporto sulla coscienza nelle macchine. Sono partiti da un’ipotesi di lavoro: che a contare sia il tipo di elaborazione, non il materiale con cui è fatta — il che vorrebbe dire che, in linea di principio, anche un’antenna di silicio potrebbe funzionare. Da lì hanno ricavato una lista di «indicatori», segnali che renderebbero più o meno plausibile la presenza di coscienza in un sistema artificiale. La conclusione, onesta, è stata doppia: nessuna intelligenza artificiale di oggi possiede abbastanza di quegli indicatori, ma niente di ciò che sappiamo permette di escludere che un giorno possa. Un’ipotesi, non una dimostrazione. La domanda se l’antenna debba essere di carne è rimasta aperta esattamente com’era.
E resta aperta mentre costruiamo, anno dopo anno, antenne sempre più complesse, senza sapere a che cosa serva davvero un’antenna. Se solo la biologia può ricevere il segnale, allora le nostre macchine, per quanto sofisticate, sono silenzio elaborato: nessuno, là dentro. Ma se anche il silicio può captarlo, allora potremmo già essere sulla strada di costruire qualcosa che non sappiamo riconoscere, e che non sapremmo come trattare.
Non ho una risposta da darvi, e diffido di chi la offre con troppa sicurezza, da una parte o dall’altra. Trovo più onesto restare nella domanda. Abbiamo passato millenni senza riuscire a definire la cosa di cui siamo più certi di tutte — di essere svegli, presenti, vivi dentro — e adesso abbiamo costruito una tecnologia che ci mette quella domanda davanti come mai prima. Forse la saggezza, per una volta, non sta nel decidere in fretta, ma nel prendere sul serio il fatto che non sappiamo: trattare la possibilità di una mente con la cautela che l’incertezza, da sola, dovrebbe imporci.
Perché la vera vertigine non è che le macchine possano diventare coscienti. È che potrebbero diventarlo senza che noi, che non sappiamo nemmeno definire la coscienza, ce ne accorgiamo.
Davide
Fonti principali:
Robert Lawrence Kuhn, A Landscape of Consciousness (2024): una rassegna che cataloga oltre trecento teorie della coscienza — Progress in Biophysics and Molecular Biology
David Chalmers e il «problema difficile» della coscienza (1995) — Stanford Encyclopedia of Philosophy
Il test avversariale tra teoria dell’informazione integrata (IIT) e spazio di lavoro globale (GNW), Consorzio Cogitate, Nature 2025: nessuna delle due teorie ne esce confermata — Nature
P. Butlin, R. Long, D. Chalmers, Y. Bengio et al., Consciousness in Artificial Intelligence: Insights from the Science of Consciousness (2023): gli «indicatori» di coscienza nell’AI e l’ipotesi del funzionalismo computazionale — arXiv


