L'AI in tribunale
Chi vince, chi inventa le sentenze, chi giudica. Cronache da un'aula che sta cambiando stato.
C’è un video che gira da qualche settimana e che andrebbe guardato con attenzione, perché racconta una cosa vera dentro una cornice un po’ fuorviante. Il titolo recita “avvocato AI vince in tribunale nel Regno Unito”. L’immagine che evoca è quella di una macchina che si alza in aula, prende la parola davanti al giudice e batte gli avversari in carne e ossa. La realtà è insieme meno spettacolare e più interessante.
Il caso esiste davvero. Lo studio si chiama Garfield AI ed è il primo a essere stato autorizzato dalla Solicitors Regulation Authority britannica, nel maggio del 2025, a erogare servizi legali prevalentemente tramite intelligenza artificiale. Pochi giorni fa, dopo un’udienza di tre ore alla Wandsworth County Court di Londra, ha aiutato una libera professionista a recuperare settemila sterline di compensi mai pagati, con tanto di rigetto della domanda riconvenzionale della controparte. La cliente ha speso circa quattrocento sterline. Dall’altra parte c’era un avversario assistito da un solicitor e da un barrister, secondo lo schema classico e costoso della giustizia inglese.
Tutto vero. Con una precisazione che cambia il senso della storia: a parlare in aula non è stata l’intelligenza artificiale. Garfield ha preparato la corrispondenza pre-causa, gli atti, le testimonianze, i fascicoli. L’arringa l’ha tenuta un avvocato umano, un barrister di buon livello. La macchina ha fatto il lavoro invisibile, quello che di solito si paga a peso d’oro e che tiene fuori dai tribunali milioni di persone che una causa, semplicemente, non se la possono permettere. Non ha sostituito il giudice. Non ha sostituito nemmeno l’avvocato in piedi davanti al giudice.
È esattamente la distinzione che conviene tenere a mente per capire cosa sta succedendo nelle aule di tutto il mondo. Perché qui, come altrove nel racconto di queste rivoluzioni, l’acqua sta cambiando stato. Lentamente, senza un punto di rottura visibile, finché un giorno ci accorgiamo che il ghiaccio si è già formato.
La giustizia è una delle ultime cose che difendiamo come umane
Abbiamo accettato che un algoritmo ci suggerisca cosa comprare, che decida gran parte degli scambi finanziari, che legga una radiografia meglio di un radiologo. Sul giudizio, però, ci fermiamo. C’è qualcosa di profondo nell’idea che a decidere della libertà, del patrimonio, della custodia di un figlio debba essere una persona, capace di guardarci negli occhi e di rispondere di quella decisione. La giustizia è uno degli ultimi territori che difendiamo come specificamente umani, e non a caso è anche quello dove l’arrivo dell’intelligenza artificiale produce le reazioni più forti.
Eppure l’AI è già entrata. Da più porte, contemporaneamente. E le cronache degli ultimi due anni disegnano tre storie diverse che vale la pena tenere distinte: chi vince, chi inventa, chi giudica.
Primo: chi vince
La storia di Garfield non è isolata. In California una donna di nome Lynn White, in arretrato con l’affitto e già sconfitta in un primo processo davanti a una giuria, si è rappresentata da sola in appello usando ChatGPT e Perplexity per costruire le sue argomentazioni. Ha ribaltato lo sfratto, evitando oltre cinquantamila dollari di penali e quasi ventimila di arretrati. “Era come avere Dio lassù che rispondeva alle mie domande”, ha raccontato a NBC News, che documenta un numero crescente di persone senza avvocato che usano i chatbot per difendersi, e che ogni tanto vincono.
Qui c’è il punto che mi interessa di più, e che riguarda da vicino il tema dell’accesso alla conoscenza che attraversa tutto questo lavoro. Per la prima volta nella storia, una competenza altissima e carissima come quella giuridica diventa, almeno in parte, una commodity. Una risorsa che chiunque, da casa, può interrogare a costo quasi nullo. Per chi una causa non poteva permettersela è una piccola rivoluzione silenziosa. Non sostituisce l’avvocato bravo, ma riempie il vuoto enorme di chi un avvocato non lo aveva affatto.
Secondo: chi inventa
Poi c’è l’altra faccia, quella che fa più rumore. Perché gli stessi strumenti che danno potere a chi non ne aveva, danno corda a chi non sa usarli.
Il caso capostipite è ormai un classico che si studia nelle università. Nel 2023, a New York, l’avvocato Steven Schwartz difende un certo Roberto Mata in una causa contro la compagnia aerea Avianca. Per scrivere la memoria si fa aiutare da ChatGPT, che gli fornisce sei sentenze perfette a sostegno della tesi. Peccato che non esistano. Sono inventate di sana pianta, complete di numero di ruolo e citazioni interne. Quando la corte chiede di produrle, Schwartz torna da ChatGPT e gli domanda se quei casi siano veri. Il chatbot conferma. Erano, ovviamente, ancora falsi. Il giudice Castel definì quelle analisi legali “puro nonsenso” e impose una sanzione di cinquemila dollari. Non per aver usato l’intelligenza artificiale, attenzione, ma per non aver verificato e per aver insistito anche di fronte ai primi dubbi.
Da allora il fenomeno è dilagato. Un ricercatore francese, Damien Charlotin, ha aperto un database pubblico che cataloga le decisioni in cui i tribunali si sono trovati davanti a citazioni inventate dall’AI. Da poche centinaia di casi è passato in pochi mesi a oltre millecinquecento, con un’accelerazione netta a partire dalla primavera del 2025. Negli Stati Uniti studi legali prestigiosi sono stati multati e deferiti agli ordini professionali. In un caso emblematico, un giudice dell’Alabama ha rinunciato alle sanzioni economiche con una frase che vale come epitaffio dell’epoca: “Se multe e pubblico imbarazzo fossero deterrenti efficaci, non ci sarebbero così tanti casi da citare”.
L’Italia non è rimasta a guardare. Nel marzo del 2025 la Sezione Imprese del Tribunale di Firenze ha affrontato per la prima volta il problema. In una causa su contraffazione di marchio, il difensore di una società ha dovuto ammettere che i riferimenti giurisprudenziali citati erano frutto di una ricerca fatta con ChatGPT da una collaboratrice. Lo strumento aveva “inventato” estremi di sentenze della Cassazione su un tema con cui non c’entravano nulla. La controparte ha chiesto la condanna per lite temeraria. Il tribunale ha censurato l’omessa verifica ma ha respinto la richiesta, perché quelle citazioni fasulle servivano a rafforzare una tesi già esposta, non a resistere in malafede. Clemenza, per ora. Con un avvertimento esplicito per il futuro, che i commentatori hanno colto subito: la prossima volta potrebbe andare diversamente.
C’è una lezione, in tutto questo, che vale ben oltre i tribunali. L’intelligenza artificiale generativa non mente perché è cattiva. Produce testo plausibile, ed è bravissima a farlo. Il problema nasce quando scambiamo la plausibilità per verità e deleghiamo il giudizio finale. Vale per un avvocato, vale per un medico, vale per ciascuno di noi davanti a una schermata che risponde con tono sicuro a qualsiasi domanda.
Terzo: chi giudica
E veniamo alla domanda che spaventa di più. Può un algoritmo giudicare?
In alcuni posti, in forme diverse, sta già accadendo. La Cina ha costruito le “smart court” più estese al mondo: tre tribunali interamente online, sistemi di intelligenza artificiale che assistono i giudici nella redazione delle sentenze, una piattaforma nazionale costruita su centinaia di milioni di documenti legali. I tempi di stesura crollano. Ma gli studiosi occidentali notano una cosa scomoda: in quel contesto la stessa tecnologia che velocizza serve anche a sorvegliare i giudici, a ridurne la discrezionalità, a centralizzare il controllo. Lo strumento è neutro, l’uso che se ne fa no.
C’è poi il mito da sfatare, perché è istruttivo quanto i casi veri. Per anni si è raccontato che l’Estonia stesse costruendo un “giudice robot” per le piccole controversie. Una storia perfetta, ripresa ovunque. Falsa. Il Ministero della Giustizia estone ha dovuto smentire ufficialmente: nessun robot giudice, solo l’ambizione di automatizzare procedure semplici come le ingiunzioni di pagamento. L’hype, anche qui, corre più veloce della realtà.
E sullo sfondo resta il monito americano di State v. Loomis. Un uomo condannato in Wisconsin sulla base, tra l’altro, di un punteggio di rischio di recidiva calcolato da un algoritmo proprietario chiamato COMPAS. Una scatola nera: nessuno, nemmeno il giudice, poteva sapere come arrivasse a quel numero. Un’inchiesta giornalistica mostrò poi che etichettava le persone nere come futuri criminali al doppio del tasso dei bianchi. È il caso che ha insegnato all’Occidente una parola d’ordine: nessuna decisione che pesa su una vita umana può uscire da una scatola di cui non possiamo aprire il coperchio.
Il punto fermo: la riserva di giurisdizione umana
Ed è proprio qui che, in modo abbastanza sorprendente, le grandi democrazie stanno convergendo. Mentre su quasi tutto litigano, sulla giustizia tracciano la stessa linea.
L’Unione Europea, con il suo regolamento sull’intelligenza artificiale, ha classificato come “ad alto rischio” i sistemi destinati ad assistere l’autorità giudiziaria, sottoponendoli a obblighi stringenti. La Francia ha fatto qualcosa di ancora più netto: ha vietato, con pene fino a cinque anni di carcere, l’uso dei dati dei singoli magistrati per prevederne statisticamente le decisioni, per impedire che si scelga il tribunale in base alle probabilità di vittoria. Il Regno Unito ha dato ai suoi giudici linee guida precise: usate pure l’AI per i riassunti e le incombenze amministrative, mai per la ricerca legale affidata a un chatbot pubblico, e la responsabilità resta sempre, personalmente, vostra.
L’Italia ha scritto il principio nero su bianco. La legge sull’intelligenza artificiale entrata in vigore nell’ottobre del 2025, all’articolo 15, stabilisce che è sempre riservata al magistrato ogni decisione sull’interpretazione e l’applicazione della legge, sulla valutazione dei fatti e delle prove, sull’adozione dei provvedimenti. L’AI può organizzare, semplificare, alleggerire. Decidere, no. È la “riserva di giurisdizione umana”, e a me pare una delle frasi più importanti scritte in questi anni sul rapporto tra noi e le macchine.
Che cosa resta dell’avvocato
Resta la domanda sul mestiere. Perché se la macchina fa la ricerca, scrive gli atti, scandaglia migliaia di documenti in pochi minuti, che cosa fa l’avvocato?
I numeri raccontano una trasformazione veloce. Il mercato dell’AI legale, dato in forte crescita, vale già miliardi. Harvey, la startup più nota del settore, è arrivata a una valutazione di undici miliardi di dollari nel marzo di quest’anno e dichiara oltre centomila avvocati che la usano. Negli studi anglosassoni l’adozione di strumenti generativi è quasi raddoppiata in un anno. C’è chi prevede la fine della parcella a ore, perché se l’intelligenza artificiale fa in sessanta minuti ciò che prima richiedeva una giornata, fatturare il tempo non ha più senso.
Ma c’è anche un dettaglio che dovrebbe rendere umili i venditori di miracoli. Uno studio dell’Università di Stanford ha testato gli strumenti professionali più blasonati, quelli pubblicizzati come “a prova di allucinazione”, e ha scoperto che sbagliavano comunque in una percentuale di casi compresa tra un sesto e un terzo delle risposte. Meglio di ChatGPT puro, certo. Lontani anni luce dall’infallibilità promessa.
Il consenso, tra chi studia la professione, si riassume in una formula che ho già incontrato in ogni capitolo di questa storia: aumento, non sostituzione. Il giurista Richard Susskind, che riflette su questo da decenni, lo dice senza giri di parole. La tecnologia non eliminerà gli avvocati. Eliminerà gli avvocati che si rifiutano di usarla. Quello che cambia non è l’esistenza del mestiere, ma il suo baricentro: meno tempo sulla ricerca meccanica e sulla scrittura ripetitiva, più tempo sul giudizio, sulla strategia, sulla relazione con la persona che ha di fronte. Le mansioni più a rischio sono quelle di ingresso, dei praticanti e degli assistenti, ed è un problema serio, perché è proprio facendo il lavoro noioso che si è sempre imparato il mestiere. Se l’AI svolge tutto il lavoro da junior, da dove arriveranno i senior di domani?
Cosa scegliamo di tenere per noi
Torno al video da cui siamo partiti. L’avvocato AI che “vince in tribunale” è una semplificazione, ma indica una direzione reale. L’intelligenza artificiale sta entrando nella giustizia dalla porta del lavoro preparatorio, da quella dell’accesso per chi era escluso, e perfino dal banco del giudice in alcune parti del mondo. Sta cambiando i costi, i tempi, gli equilibri di una professione che credevamo intoccabile.
E davanti a questo cambiamento di stato, le nostre società stanno facendo una scelta che mi pare giusta e tutt’altro che scontata. Lasciano che la macchina faccia quasi tutto, tranne la cosa che conta di più. Il giudizio finale, quello che pesa su una vita, resta a una persona, che lo firma e ne risponde.
Non è una resa alla tecnologia, e non è nemmeno una paura della tecnologia. È una decisione su che cosa, come specie, vogliamo continuare a tenere per noi. Quando l’intelligenza smette di essere soltanto umana, la domanda non è più se le macchine sapranno fare il nostro lavoro. È quali parti di quel lavoro contengono qualcosa che non vogliamo, a nessun prezzo, delegare. Nella giustizia abbiamo dato una prima risposta. Vale la pena tenerla a mente, perché la stessa domanda, prima o poi, busserà alla porta di ogni mestiere. Compreso il vostro.
Se questa lettura ti è stata utile, inoltrala a qualcuno che potrebbe trovarla interessante. E se non l’hai ancora fatto, “Post-umani. Le 7 rivoluzioni dell’intelligenza artificiale” è in libreria per Chiarelettere.
Alla prossima. Davide


