Cari post-umani,
in questi giorni a Stoccolma si annunciano i premi Nobel. Due anni fa, nell’ottobre del 2024, due di quei premi andarono all’intelligenza artificiale: quello per la fisica a John Hopfield e Geoffrey Hinton per le reti neurali, quello per la chimica a Demis Hassabis e John Jumper per AlphaFold, insieme a David Baker. Erano premi a esseri umani che avevano costruito macchine. Lo scienziato giapponese Hiroaki Kitano, il padre del cane robot Aibo, ha lanciato una sfida che va più in là e ha anche una scadenza: un sistema di intelligenza artificiale capace di fare ricerca da solo e di arrivare a una scoperta da Nobel entro il 2050.
Se ci riuscirà, sarà l’ultima di una lunga serie di brutte notizie per il nostro orgoglio. Il primo a metterle in fila fu Sigmund Freud.
Nel 1917, in un breve saggio intitolato «Una difficoltà della psicoanalisi», Freud scrisse che l’umanità aveva subito tre grandi offese al proprio narcisismo, tre colpi che la scienza aveva dato all’idea che avevamo di noi stessi. Il primo era venuto da Copernico, che nel 1543 aveva tolto la Terra dal centro dell’universo e l’aveva messa a girare intorno al Sole insieme agli altri pianeti. Il suo libro si intitolava De revolutionibus orbium coelestium e parlava delle rivoluzioni dei corpi celesti lungo le loro orbite: la parola che oggi usiamo per i grandi rovesciamenti della storia ha anche quell’origine. Il secondo colpo era arrivato nel 1859 con Darwin, che ci aveva tolto il posto di creature a parte e ci aveva rimesso sull’albero della vita, imparentati con le scimmie e con tutto il resto del vivente. Il terzo, scriveva Freud con una dose di vanità che non gli mancava, era il suo: la scoperta dell’inconscio, cioè la prova che l’Io non è padrone in casa propria.
Ogni ferita ci ha spinti un po’ più lontano dal centro. Prima nello spazio, poi nella storia della vita, poi dentro la nostra stessa testa. Eppure ogni volta ci è rimasto un rifugio. Vivevamo su un pianeta qualunque, discendevamo dagli animali, non controlliamo del tutto i nostri desideri, però restavamo gli unici a pensare davvero. L’intelligenza era il titolo che nessuno poteva contenderci.
Il filosofo Luciano Floridi ha chiamato «quarta rivoluzione» quella cominciata con Alan Turing, cioè la scoperta che non siamo gli unici a saper elaborare informazioni. Nel libro la chiamo la quarta ferita, e da qualche mese ha smesso di essere un’ipotesi da filosofi.
A maggio OpenAI ha annunciato che uno dei suoi modelli aveva risolto un problema posto da Paul Erdős nel 1946. La domanda si spiega a un ragazzo di quindici anni: se sparpagli dei punti su un foglio, quante coppie puoi ottenere che stiano tutte esattamente alla stessa distanza? Erdős aveva un’intuizione, e cioè che una griglia quadrata fosse più o meno il meglio che si potesse fare. Quasi tutti i matematici gli avevano creduto e per ottant’anni avevano cercato di dimostrare che avesse ragione. La macchina ha trovato una configurazione che gli dà torto. Tim Gowers, medaglia Fields, ha scritto che si tratta senza dubbio di una pietra miliare della matematica fatta con l’intelligenza artificiale. Daniel Litt, dell’Università di Toronto, ha detto che è il primo risultato prodotto in autonomia da un’AI che trova interessante in sé, e non soltanto come segnale di quello che verrà.
In tutta la vicenda c’è un dettaglio che trovo il più istruttivo. Il modello ha lavorato con idee e tecniche che i matematici conoscevano già e su cui avevano scritto. Ha fatto la differenza partendo dall’ipotesi che Erdős avesse sbagliato, e insistendo con pazienza finché il controesempio non è saltato fuori. Per ottant’anni gli esseri umani avevano avuto troppo rispetto per il maestro. Anche questa è una forma di narcisismo: quello di una comunità verso i propri giganti, e quindi verso l’immagine che ha di sé.
C’è poi una ferita che mi colpisce ancora di più, perché riapre la terza di Freud. Se l’Io non era padrone in casa propria, adesso scopriamo che un ospite appena arrivato conosce la casa meglio di noi.
Nel 2025 un gruppo della Fondazione Bruno Kessler di Trento e del Politecnico di Losanna ha fatto discutere 900 persone su temi come l’aborto o i combustibili fossili, a volte con un altro essere umano e a volte con GPT-4. Quando la macchina conosceva qualche informazione di base sul suo interlocutore, come il titolo di studio o l’orientamento politico, nei confronti in cui uno dei due prevaleva vinceva lei il 64 per cento delle volte. E chi credeva di parlare con una macchina era più disposto a cambiare idea, come se davanti a qualcuno senza un orgoglio da difendere abbassassimo la guardia.
A giugno di quest’anno è uscito uno studio molto più ampio, guidato da Kobi Hackenburg dell’Università di Oxford insieme all’AI Security Institute britannico. Quasi diciannovemila conversazioni con 6.923 persone, e dall’altra parte del tavolo persuasori di mestiere: vincitori di tornei di persuasione, professionisti delle campagne porta a porta, campioni mondiali di dibattito. Potevano scegliere il tema, prepararsi, allenarsi per ore, e chi vinceva prendeva un premio di mille sterline. Hanno perso comunque contro la macchina. Messa a raccogliere donazioni vere per Save the Children, l’intelligenza artificiale ha ottenuto quasi il triplo dei raccoglitori di fondi di professione di un’agenzia britannica.
Il vantaggio, secondo i ricercatori, ha una spiegazione semplice: la macchina mette sul tavolo più informazioni e più in fretta. Quando l’hanno costretta a rispondere con i tempi di un essere umano e con messaggi della stessa lunghezza, gli esperti allenati sono riusciti a pareggiare. È di nuovo il secondo ariete, la velocità, di cui vi scrivevo ad agosto: il collo di bottiglia siamo noi.
Le ferite precedenti ci hanno insegnato qualcosa sui tempi. Copernico pubblicò nel 1543 e Galileo fu condannato per averlo sostenuto novant’anni dopo, nel 1633. Darwin pubblicò nel 1859, e nel 1925 nel Tennessee si processava ancora un insegnante, John Scopes, per aver spiegato l’evoluzione in classe. Ogni volta l’umanità ha avuto generazioni intere per assorbire il colpo. Questa volta la scoperta e la ferita arrivano nello stesso anno, a volte nella stessa settimana, e ce le raccontano i telegiornali.
Ogni ferita, poi, ha restituito qualcosa. Uscire dal centro dell’universo ci ha dato la scienza moderna e, quattro secoli più tardi, le impronte sulla Luna. Scoprirci parenti degli altri animali ci ha insegnato a guardarli in un altro modo, e oggi proviamo perfino ad ascoltarli, come vi raccontavo a settembre parlando di balene e delfini. Ammettere di non comandare del tutto in casa nostra ha aperto la strada alla cura della mente.
Credo che anche la quarta ferita possa restituirci qualcosa, se smettiamo di cercare un nuovo rifugio in cui nasconderci. Ogni volta che una macchina supera una nostra capacità siamo tentati di spostare il confine un po’ più in là: va bene gli scacchi, però la matematica è un’altra cosa; va bene la matematica, però convincere una persona richiede empatia. È lo stesso gesto degli astronomi che dopo Copernico aggiungevano epicicli su epicicli pur di tenere la Terra ferma al centro.
La storia del problema di Erdős mi suggerisce che il nostro narcisismo ci costa anche in conoscenza. Ci ha fatto credere per ottant’anni che il maestro avesse ragione, come per secoli ci aveva fatto credere che il Sole girasse intorno a noi. Una macchina senza un’immagine di sé da proteggere ha guardato il problema senza quella zavorra.
Nel libro scrivo che quando un limite smette di essere invalicabile diventa una scelta. Finora abbiamo appoggiato la dignità dell’essere umani su un primato: il centro dell’universo, il vertice del vivente, il controllo di noi stessi, l’intelligenza. La quarta ferita ci chiede di appoggiarla su qualcosa che nessuna classifica può toglierci, cioè su quello che scegliamo di fare con ciò che sappiamo e su chi decidiamo di essere anche quando nella stanza c’è qualcuno più bravo di noi. Freud vedeva in queste offese il prezzo da pagare alla verità. A me sembrano soprattutto un’occasione per conoscerci meglio.
Davide
Fonti principali
Sigmund Freud, «Una difficoltà della psicoanalisi» (1917): le tre offese al narcisismo umano, cosmologica, biologica e psicologica
Luciano Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (Raffaello Cortina, 2017)
I Nobel 2024 per la fisica (Hopfield e Hinton) e per la chimica (Baker, Hassabis e Jumper): NobelPrize.org, GZERO
Hiroaki Kitano e la Nobel Turing Challenge: Quotidiano.net
Il problema della distanza unitaria di Erdős risolto da un modello di OpenAI (maggio 2026), con i commenti di Tim Gowers e Daniel Litt: Singularity Hub, Ars Technica via Harvard TagTeam, MAA
F. Salvi, M. Horta Ribeiro, R. Gallotti, R. West, la persuasione di GPT-4 nei dibattiti online (Nature Human Behaviour, 2025): FBK, Sky TG24
K. Hackenburg et al., AI systems out-persuade expert humans (giugno 2026): arXiv


