La politica è rimasta nel Novecento?
Commercio, informazione e lavoro sono già stati trasformati dalla tecnologia. La partecipazione politica potrebbe essere la prossima.
Cari post-umani,
perché eleggiamo qualcuno che decida per noi? La risposta sembra ovvia: perché così funziona la democrazia. Ma se guardiamo alla storia da una prospettiva diversa, scopriamo che la rappresentanza politica è nata da un ideale e, insieme, da un limite molto concreto.
Per secoli coinvolgere direttamente milioni di persone nelle decisioni collettive era semplicemente impossibile. Informarsi era difficile, comunicare richiedeva tempo, votare era costoso, deliberare insieme su larga scala era un problema logistico prima ancora che politico. La delega era una necessità materiale: pochi decidevano per molti perché era l’unico modo praticabile per governare società sempre più grandi e complesse.
Osservata così, la democrazia rappresentativa appare come una delle grandi innovazioni della storia umana: una soluzione di ingegneria sociale a un problema di coordinamento, molto prima che una tecnologia nel senso in cui usiamo oggi la parola.
Poi qualcosa è cambiato.
Ogni epoca politica è stata modellata dagli strumenti con cui le persone potevano comunicare. Nel 1789 bastava un foglio di carta per contribuire ad accendere una rivoluzione. La Parigi prerivoluzionaria era attraversata da pamphlet e volantini che circolavano nei caffè, nei mercati e nei salotti, e la stampa rese possibile la diffusione delle idee illuministe.
C’è un episodio che racconta bene quel momento. Tra gennaio e aprile del 1789, su ordine di Luigi XVI, le comunità di tutta la Francia compilarono i cahiers de doléances, i quaderni delle lamentele: registri in cui annotare critiche, richieste e proposte da consegnare agli Stati Generali. Ne furono redatti circa quarantamila, per un totale stimato intorno alle centomila rivendicazioni. Fu una delle prime grandi consultazioni di massa della storia europea. Successe però una volta sola, e dopo un vuoto impressionante: gli Stati Generali non si riunivano dal 1614, cioè da centosettantacinque anni. La partecipazione, quando arrivava, era un evento raro e clamoroso.
Quando cambia la tecnologia della comunicazione, cambia anche il modo in cui una società prende decisioni. La stampa ha trasformato la politica del Settecento, la televisione quella del Novecento, Internet ha già cambiato il modo in cui ci informiamo, lavoriamo, acquistiamo e collaboriamo.
Ora l’intelligenza artificiale potrebbe toccare anche il modo in cui partecipiamo, non sostituendosi al nostro voto ma abbattendo alcuni dei vincoli materiali che per secoli avevano reso necessaria la delega permanente. Oggi possiamo verificare identità digitali, organizzare consultazioni, raccogliere contributi e deliberare online con costi enormemente inferiori rispetto al passato.
Nel libro propongo due indicatori per descrivere questa trasformazione.
Il primo è l’Indice di Frequenza Civica: il numero medio di decisioni collettive a cui una persona partecipa in un anno. Per la maggior parte di noi questo numero è ancora bassissimo. In una democrazia rappresentativa si vota per le politiche ogni cinque anni, con qualche referendum e qualche amministrativa nel mezzo: una manciata di occasioni in un decennio. I quaderni del 1789, in fondo, erano la versione estrema di questa logica, una voce concessa una volta ogni molte generazioni.
Il secondo è l’Indice di Pervasività Decisionale: quanto frequentemente organizzazioni, comunità e istituzioni utilizzano processi decisionali digitali. Ed è qui che i numeri iniziano a muoversi.
Prendiamo Barcellona. Nel suo processo di bilancio partecipativo, condotto in larga parte online, gli iscritti hanno superato le ottantamila persone e hanno scelto come distribuire trenta milioni di euro tra oltre ottocento progetti proposti dai cittadini stessi. Esperienze simili si moltiplicano in tutta Europa, dai grandi comuni alle università fino alle cooperative: a Zurigo un bilancio partecipativo digitale ha messo in gioco oltre mezzo milione di franchi.
Un comune che utilizza strumenti simili per discutere urbanistica, scuola, mobilità o bilancio può arrivare a coinvolgere i cittadini decine di volte all’anno. In alcuni casi più spesso di quanto un piccolo Parlamento nazionale voti su questioni che toccano davvero la vita quotidiana.
Per secoli la partecipazione è stata un evento raro. Oggi sta diventando una possibilità continua.
Questo non significa che dovremmo votare ogni giorno. Anzi, una delle critiche più ragionevoli alla partecipazione digitale è proprio questa: il rischio di trasformare la democrazia in un rumore costante, in una successione infinita di sondaggi. Nel libro sostengo l’opposto. Il valore di questi strumenti sta nel rendere possibile la partecipazione quando conta davvero, più che nel moltiplicare le occasioni di voto.
Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Molti immaginano l’AI come un sistema che prenderà decisioni al posto degli esseri umani. A me pare che il suo ruolo più interessante sia un altro: aiutare le persone a comprendere questioni complesse, riassumere documenti, mettere in evidenza le conseguenze di una scelta, simulare scenari.
Nel 2024 un gruppo di ricercatori di Google DeepMind ha pubblicato su Science un esperimento che va esattamente in questa direzione. Hanno costruito un mediatore artificiale, battezzato Habermas Machine in onore del filosofo Jürgen Habermas, e lo hanno messo alla prova con oltre cinquemilasettecento cittadini britannici, divisi in piccoli gruppi, su temi divisivi come immigrazione, salario minimo, clima e Brexit. Il suo compito non era decidere: doveva scrivere la sintesi del gruppo, una dichiarazione condivisa capace di tenere insieme posizioni diverse. I partecipanti hanno preferito le sintesi generate dall’AI a quelle scritte da mediatori umani, giudicandole più chiare, più informate e più eque. E, dettaglio decisivo, quei testi tenevano dentro anche le posizioni di minoranza invece di schiacciarle. Dopo la deliberazione i gruppi risultavano meno divisi, cosa che non accadeva quando le persone si limitavano a discutere tra loro.
Non è più soltanto teoria. In Giappone, l’ingegnere e scrittore di fantascienza Takahiro Anno ha portato questa idea dentro una campagna elettorale vera. Alle elezioni per il governatore di Tokyo del 2024 ha messo online un suo avatar in intelligenza artificiale, addestrato sul suo programma, che in diciassette giorni di diretta ha risposto a ottomilaseicento domande dei cittadini, molte più di quante potrebbe gestirne un candidato in carne e ossa. Arrivò quinto su cinquantasei. L’anno dopo è stato eletto alla Camera alta giapponese e ha fondato Team Mirai, un partito che usa l’AI soprattutto per ascoltare: la loro app raccoglie in linguaggio naturale i commenti dei cittadini sui singoli disegni di legge, e un modello li raggruppa, li ordina e li riassume, così che i parlamentari possano trasformarli in domande e proposte. Per costruire il programma elettorale hanno raccolto e sintetizzato in questo modo decine di migliaia di domande e migliaia di suggerimenti.
È il rovesciamento che mi interessa di più: usare la tecnologia per rendere comprensibile ciò su cui siamo chiamati a decidere, più che per decidere al posto nostro.
Perché la vera sfida sta cambiando natura. Per secoli il collo di bottiglia è stato logistico: organizzare la partecipazione di molti. Oggi rischia di diventare cognitivo: mettere quelle persone nelle condizioni di capire ciò su cui decidono. Abbiamo la possibilità tecnica di coinvolgere molte più persone, e la parte difficile diventa un’altra.
Naturalmente esistono rischi.
Il primo è la tecnocrazia mascherata da efficienza. Quando un algoritmo suggerisce una soluzione, è facile scambiare l’ottimizzazione per una decisione politica. Ma una macchina vede correlazioni, pattern, ricorrenze, non valori, significati o priorità morali.
Un esempio recente e clamoroso arriva dall’Albania. Nel settembre 2025 il governo ha nominato un sistema di intelligenza artificiale, battezzato Diella, “Ministro di Stato per l’Intelligenza Artificiale”, con l’incarico di sovrintendere agli appalti pubblici: secondo il premier, una macchina sarebbe meno corruttibile di un funzionario e renderebbe le gare “libere dalla corruzione al cento per cento”. È il primo caso al mondo di un’AI con un incarico di livello ministeriale. Per ora è più simbolo che sostanza, e ogni sua raccomandazione dovrà comunque essere validata da un funzionario umano. Ma il gesto rivela una tentazione precisa: affidare a un software una scelta che resta profondamente politica, cioè chi ottiene le risorse pubbliche e con quali criteri. E porta con sé un rischio speculare, che dietro l’aura di neutralità di un algoritmo diventi più comodo deresponsabilizzarsi, liquidando un abuso come un semplice errore di calcolo.
Perché una macchina vede correlazioni, pattern, ricorrenze, non valori, significati o priorità morali. Lo si è visto con i sistemi predittivi usati da alcune polizie statunitensi per decidere dove mandare le pattuglie: imparano dai reati denunciati e dagli arresti, cioè da dove la polizia è già stata, e finiscono per prevedere la sorveglianza futura più che la criminalità futura. Più agenti dove ci sono già stati più arresti, altri arresti come conseguenza, e l’algoritmo che si convince di aver avuto ragione. A Chicago un programma di questo tipo è stato chiuso nel 2019 dopo essere stato giudicato inefficace e razzialmente distorto. L’ottimizzazione non distingueva tra una correlazione statistica e una questione di giustizia.
Il secondo rischio è la manipolazione. L’intelligenza artificiale non si limita a leggere l’opinione pubblica, può contribuire a orientarla. Nel settembre 2023, due giorni prima delle elezioni in Slovacchia e in pieno silenzio elettorale, circolò un finto audio del candidato europeista Michal Šimečka che parlava di brogli e voti comprati. Era un deepfake. Šimečka era in testa nei sondaggi, vinse il suo avversario Robert Fico. Pochi mesi dopo, alla vigilia delle primarie del New Hampshire, migliaia di elettori americani ricevettero una telefonata automatica con la voce clonata di Joe Biden che li invitava a non andare a votare: il consulente che l’aveva orchestrata è stato multato dalla FCC per sei milioni di dollari. Nel solo 2024, anno record di elezioni nel mondo, i deepfake che hanno preso di mira figure pubbliche sono stati decine, distribuiti in decine di Paesi.
E qui arriva la parte più interessante, e più scomoda. Nessuno di questi falsi, preso singolarmente, sembra aver ribaltato un voto. Lo stesso Šimečka ha dichiarato di non credere che quel deepfake gli sia costato le elezioni, e il finto Biden non ha impedito al vero Biden di vincere agevolmente le primarie. Il pericolo vero è più sottile di una macchina che conquista il potere: quando tutto può essere falso, diventa razionale smettere di fidarsi, perfino di ciò che è autentico. È il cosiddetto “dividendo del bugiardo”: più i falsi sono verosimili, più diventa facile liquidare come falso anche un documento vero. Il rischio, alla fine, è perdere la capacità di capire chi sta influenzando chi. Per questo la trasparenza diventa decisiva.
Una democrazia può convivere con il conflitto, con l’errore, persino con la lentezza. Fa molta più fatica a convivere con poteri invisibili.
Alla fine, però, la questione centrale non riguarda gli algoritmi. Riguarda noi. Per due secoli la rappresentanza è stata la risposta migliore a un problema tecnico, e oggi quel problema sta cambiando. Questo non significa che parlamenti, governi o rappresentanti siano destinati a scomparire. Significa che possiamo iniziare a porci domande nuove. Vale la pena chiedersi quali deleghe esistano ancora perché davvero necessarie e quali invece sopravvivano solo per abitudine.
Forse la trasformazione più importante non avrà affatto le sembianze di una macchina che governa. Somiglierà piuttosto a qualcosa di più modesto e più radicale: un numero crescente di persone messe nelle condizioni di partecipare alle decisioni collettive in modo frequente, informato e consapevole.
La tecnologia da sola non renderà migliore la democrazia. Ma ogni volta che è cambiato il modo in cui una società comunica, è cambiato anche il modo in cui quella società decide. E questa volta il cambiamento potrebbe essere più profondo di quanto immaginiamo.
Davide
Fonti principali:
Cahiers de doléances del 1789 (circa 40.000 registri, ultimo raduno degli Stati Generali nel 1614) https://alphahistory.com/frenchrevolution/cahiers-de-doleance/
Bilancio partecipativo di Barcellona (80.000 iscritti, 30 milioni di euro, oltre 800 progetti) https://www.oidp.net/en/content.php?id=1779
Habermas Machine, il mediatore AI di Google DeepMind (studio su Science, oltre 5.700 partecipanti nel Regno Unito) https://www.technologyreview.com/2024/10/17/1105810/ai-could-help-people-find-common-ground-during-deliberations/
Studio originale su Science https://www.science.org/doi/10.1126/science.adq2852
Takahiro Anno e Team Mirai, l’avatar AI e l’ascolto su scala elettorale in Giappone https://www.schneier.com/essays/archives/2025/11/four-ways-ai-is-being-used-to-strengthen-democracies-worldwide.html
Diella, l’AI nominata ministro degli appalti in Albania (settembre 2025) https://time.com/7324934/albania-ai-minister-diella/
Strategic Subject List di Chicago, chiusa nel 2019 (studio su bias) https://arxiv.org/pdf/2405.07715
Effetto di retroazione nel predictive policing (Lum e Isaac, 2016) https://themarkup.org/the-breakdown/2020/08/20/does-predictive-police-technology-contribute-to-bias
Robocall con la finta voce di Biden, multa da sei milioni di dollari.


