Cari post-umani,
c’è un paradosso antichissimo. Plutarco racconta che gli ateniesi conservarono nel porto, come un monumento, la nave con cui Teseo era tornato da Creta. Con i secoli il legno marciva, e le assi venivano sostituite una a una, finché non ne rimase più neanche una di quelle originali. E i filosofi si chiesero: è ancora la nave di Teseo? Se non lo è, a quale asse ha smesso di esserlo? Se lo è, cosa la rende la stessa, visto che del legno di partenza non resta più nulla?
Per secoli è stato un gioco da filosofi. Poi la biologia ha scoperto che la nave di Teseo siamo noi.
Il nostro corpo si rinnova di continuo. Ogni giorno sostituiamo qualcosa come trecentotrenta miliardi di cellule. La pelle in qualche settimana, il rivestimento dell’intestino in pochi giorni, i globuli rossi ogni quattro mesi circa. Poco alla volta, quasi tutto ciò di cui siamo fatti viene smontato e ricostruito senza che ce ne accorgiamo. Il «voi» di qualche anno fa, in senso fisico e letterale, in gran parte non c’è più: gli atomi e le cellule sono altri.
Quasi tutto, però. Perché resta un piccolo nucleo che non cambia. Alcuni scienziati hanno trovato un modo per datare la nascita delle nostre cellule, usando il carbonio-14 lasciato nell’atmosfera dai test nucleari della Guerra fredda, che è entrato in ogni essere vivente e funziona come un timbro con la data. Hanno scoperto che certe cellule sono vecchie quanto noi: i neuroni della corteccia cerebrale, che non si rinnovano, e le cellule al centro del cristallino dell’occhio, presenti fin da prima della nascita. Siamo una nave che rifà quasi tutte le sue assi, e ne tiene una manciata che erano lì dal primo viaggio.
E questo già dice qualcosa sull’identità. Se quasi tutta la materia cambia e io resto «io», allora l’«io» non è la materia. È la forma, la continuità, lo schema che continua a organizzare cellule nuove nella stessa figura. Non siamo una sostanza, siamo un processo. Un’onda che resta sé stessa mentre l’acqua che la attraversa cambia in continuazione.
Ma la biologia non si ferma a sostituire le assi. Sta imparando a far tornare giovani quelle vecchie.
In mare c’è un animale che già lo fa. La medusa Turritopsis dohrnii, grande pochi millimetri, quando è stressata o ferita o vecchia non muore: torna indietro. Le sue cellule adulte si trasformano e lei ritorna allo stadio precedente della sua vita, il polipo, per poi ricrescere. In teoria può farlo all’infinito. La chiamano la medusa immortale. Percorre la sua nave di Teseo al contrario.
Per noi sembrava impossibile, finché uno scienziato giapponese, Shinya Yamanaka, nel 2006 ha scoperto che bastano quattro geni per riportare una cellula adulta a uno stato simile a quello embrionale, cancellandone l’età e la specializzazione. Gli è valso il Nobel. Da allora i laboratori hanno provato qualcosa di più sottile: non azzerare del tutto la cellula, cosa che le farebbe perdere identità o la trasformerebbe in un tumore, ma riavvolgerne l’orologio quel tanto che basta. Nei topi questa «riprogrammazione parziale» ha ringiovanito i tessuti, e in un caso sorprendente ha restituito la vista a occhi vecchi e danneggiati.
E non è più soltanto teoria da laboratorio: è diventata una corsa da miliardi. Nel 2022 è nata Altos Labs, finanziata con circa tre miliardi di dollari da investitori tra cui Jeff Bezos, con lo stesso Yamanaka tra i consulenti scientifici. Sam Altman, alla guida di OpenAI, ha messo quasi duecento milioni in Retro Biosciences; Brian Armstrong, il fondatore di Coinbase, ha creato NewLimit. E soprattutto si è passati dagli animali alle persone. Life Biosciences, l’azienda cofondata dal genetista di Harvard David Sinclair, ha ottenuto il via libera della FDA e nel 2026 ha somministrato al primo paziente una terapia chiamata ER-100: una riprogrammazione basata sui geni di Yamanaka, pensata per restituire la vista in una malattia del nervo ottico. È il primo essere umano a cui proviamo a riavvolgere, un pezzetto, l’orologio delle cellule. La scommessa comune è che l’età delle nostre cellule non sia una strada a senso unico, ma un’impostazione che si può riportare indietro.
Qui il paradosso antico diventa una domanda concreta. Se possiamo continuare a cambiare le assi e perfino a far ringiovanire quelle vecchie, senza fine, cosa succede a una vita? Perché una vita umana, finora, ha avuto una forma proprio perché finisce: giovinezza, maturità, vecchiaia, una direzione. Parlando di questo con dei ragazzi, mi è rimasta in testa la domanda di uno di loro. Se a vent’anni potessi dire di avere davanti altri centotrent’anni, cosa ti spinge ancora a scegliere, a rischiare, ad avere fretta? La storia la facevano i giovani, si dice, perché la morte non lasciava alternative.
E ci sono cautele che contano. Ringiovanire una cellula non è come ringiovanire una persona: lo stesso meccanismo che riavvolge l’invecchiamento, spinto troppo in là, è quello che produce un tumore, e il confine tra le due cose è sottile. Più anni non significano automaticamente più vita. E un io che si ricostruisce senza mai finire potrebbe guadagnare tempo e perdere forma.
Eppure non lo leggo come una minaccia. Che siamo un processo e non una sostanza è, semmai, una cosa bellissima: vuol dire che siamo sempre stati cambiamento, e attraverso il cambiamento siamo sempre rimasti noi. Gli ateniesi non conservavano la nave per il legno. La conservavano per la memoria che portava, per la storia che permetteva loro di continuare a raccontare. Forse è quella la parte di noi che nessun ricambio tocca, e che nessuna riprogrammazione azzera: non le assi, ma il viaggio. Non le cellule, ma la continuità di una storia che riconosciamo come nostra.
La vera domanda, allora, non è soltanto se la nave resti la stessa nave. È per quale viaggio esiste ancora. Stiamo imparando a tenere il legno per sempre giovane. Toccherà a noi ricordarci dove volevamo andare.
Davide
Fonti principali:
Plutarco, Vita di Teseo: il paradosso della nave di Teseo — Encyclopaedia Britannica
Il ricambio cellulare del corpo umano (circa 330 miliardi di cellule al giorno) e la datazione delle cellule con il carbonio-14: i neuroni della corteccia e il cristallino restano vecchi quanto noi (studi di Jonas Frisén e Kirsty Spalding) — Cell, «Cellular Turnover», Nature, carbon-14 dating of neurons
La medusa immortale, Turritopsis dohrnii, e la sua capacità di tornare allo stadio di polipo — Natural History Museum
I fattori di Yamanaka (2006, Nobel 2012) e la riprogrammazione parziale per ringiovanire le cellule, dal ripristino della vista nei topi — Nobel Prize, Nature (Lu et al., 2020)
La corsa delle aziende (Altos Labs, con Jeff Bezos e Yamanaka; Retro Biosciences, finanziata da Sam Altman; NewLimit di Brian Armstrong) e il primo paziente umano dosato nel 2026 con la terapia di riprogrammazione ER-100 di Life Biosciences (David Sinclair) per le neuropatie ottiche — Life Biosciences, Washington Times


