Cari post-umani,
nel luglio del 2025 è successa una cosa che, fino a pochi anni fa, avremmo relegato alla fantascienza. Alle Olimpiadi internazionali di matematica — la gara che mette alla prova le menti più brillanti del pianeta tra i più giovani, con problemi che pochissimi esseri umani sanno risolvere — due sistemi di intelligenza artificiale, sviluppati da OpenAI e da Google DeepMind, hanno risolto cinque dei sei problemi, raggiungendo il livello di una medaglia d’oro. Non lo hanno fatto a forza di calcoli bruti, ma ragionando passo dopo passo, come farebbe uno studente davanti al foglio.
È il primo dei nostri tre Arieti, e in un certo senso quello che regge tutti gli altri: il pensiero. Perché prima ancora della velocità e dell’energia, l’intelligenza artificiale sta abbattendo il muro più antico di tutti — l’idea che il ragionamento sia un mistero che solo la mente umana sa compiere.
Per capire quanto sia vertiginoso, bisogna tornare a un sogno vecchio di tre secoli e mezzo.
Alla fine del Seicento, il filosofo e matematico Gottfried Leibniz coltivava un’ambizione che ai suoi contemporanei doveva sembrare folle: ridurre il ragionamento a un calcolo. Immaginava un linguaggio universale in cui ogni concetto potesse essere scritto come un numero, e una sorta di macchina logica capace di manipolarli. Il suo sogno arrivava a una scena precisa: due persone in disaccordo che, invece di litigare, si siedono al tavolo e dicono «Calculemus», calcoliamo, risolvendo la disputa come si risolve un’operazione aritmetica. L’idea che pensare, in fondo, sia una forma di calcolo.
Per tre secoli è rimasta una fantasia da filosofi. Poi, pezzo dopo pezzo, ha smesso di esserlo. A metà Ottocento George Boole tradusse le leggi della logica in algebra. Un secolo dopo Alan Turing immaginò la macchina astratta che poteva eseguire qualsiasi procedimento formale. E oggi ci ritroviamo davanti a modelli che, prima di rispondere, si fermano e «ragionano»: scompongono un problema, provano una strada, tornano indietro, ne tentano un’altra, esattamente come Leibniz aveva intuito. Quello che era un esperimento mentale è diventato una cosa che gira dentro un computer.
Ed è questo il cuore della rivoluzione del pensiero. Per gran parte della nostra storia il ragionamento è stato qualcosa di quasi sacro, la scintilla che ci separava da tutto il resto del vivente. Lo consideravamo indivisibile, misterioso, nostro. A poco a poco stiamo scoprendo che può essere smontato: la logica in regole, le regole in calcolo, il calcolo in una macchina. La medaglia d’oro di matematica non è un trucco statistico. È un sistema che ha davvero seguito una catena di deduzioni per arrivare a una dimostrazione che nessuno gli aveva insegnato.
Fermiamoci un istante su cosa significa. Non stiamo dicendo che la macchina «capisce» come noi, né che prova qualcosa: quella è un’altra domanda, e l’abbiamo affrontata altrove. Qui il punto è più concreto e per certi versi più spiazzante: la parte procedurale del pensiero — dedurre, pianificare, argomentare, dimostrare — si sta rivelando riproducibile. Il ragionamento, che credevamo un dono, somiglia sempre di più a un procedimento. E un procedimento, una volta capito, si può costruire.
Da questa scoperta nascono un paio di questioni che ci riguardano da vicino, e che hanno poco a che fare con le macchine e molto con noi.
La prima è la più insidiosa, perché arriva travestita da comodità. Se una macchina può ragionare al posto nostro, la tentazione di lasciarle fare è enorme. E il pensiero è un muscolo: si allena usandolo e si indebolisce delegandolo. Nel 2025 un gruppo del MIT Media Lab ha misurato l’attività cerebrale di persone impegnate a scrivere un testo, alcune da sole e altre con l’aiuto di un’AI. Chi si era affidato alla macchina mostrava un coinvolgimento cerebrale più basso e, alla fine, faticava perfino a ricordare ciò che aveva appena «scritto». I ricercatori l’hanno chiamato «debito cognitivo»: un conto che sembra convenienza nell’immediato e che si paga nel tempo, con una capacità di pensare che si arrugginisce.
La seconda riguarda la fiducia. Man mano che affidiamo i ragionamenti a sistemi che arrivano alla risposta per vie che non riusciamo a seguire, rischiamo di accettare conclusioni senza poterne ricostruire il percorso. Un conto è fidarsi di un risultato che potremmo, volendo, verificare. Un altro è abituarsi a prendere per buono ciò che non siamo più in grado di controllare. Quando il ragionamento diventa una scatola chiusa, diventa più difficile distinguere un argomento solido da uno soltanto sicuro di sé.
Non vedo, in tutto questo, una ragione per disperare. Avere strumenti che ragionano accanto a noi è una possibilità straordinaria: possono aiutarci a vedere passaggi che ci sfuggono, a esplorare strade che non avremmo tentato, a dimostrare cose che erano fuori dalla nostra portata. Leibniz sarebbe stato entusiasta. Il rischio non è che le macchine imparino a ragionare. È che noi, potendo, smettiamo di farlo.
E allora forse vale la pena chiedersi quale parte del pensiero valga la pena tenere per noi. Non i passaggi meccanici, quelli possiamo delegarli. Ma la scelta di quali problemi meritino di essere affrontati, il giudizio su cosa conti davvero, le domande che non hanno una risposta calcolabile. Leibniz voleva calcolare per mettere fine alle dispute. Forse il pensiero più profondamente umano è proprio quello che nessun calcolo potrà mai chiudere: non la soluzione, ma la scelta di quali domande valga la pena continuare a porsi.
Davide
Fonti principali:
Prestazione da medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali di matematica 2025 (cinque problemi su sei) da parte dei modelli di ragionamento di OpenAI e Google DeepMind — Google DeepMind, TechCrunch
Gottfried Leibniz, il sogno del ragionamento come calcolo e il «Calculemus» — Stanford Encyclopedia of Philosophy
Lo studio del MIT Media Lab sul «debito cognitivo» nell’uso di un assistente AI per la scrittura (2025) — MIT Media Lab



Concordo. Il punto non è più difendere gelosamente ciò che la macchina può fare al nostro posto, ma capire che cosa significhi pensare quando anche il medium comincia a pensare. Forse l’umano resta precisamente nell’interruzione: scegliere la domanda, mettere in crisi ciò che appare ovvio, assumersi la responsabilità del senso. Non semplicemente calcolare una risposta, ma decidere che cosa meriti ancora di essere interrogato.
Su questo ho provato a ragionare qui:
https://francescomonico.substack.com/p/che-cosa-significa-pensare-quando