Cari post-umani,
è uno dei sogni più antichi che abbiamo. Re Salomone, nella leggenda, possedeva un anello che gli permetteva di parlare con gli animali. San Francesco predicava agli uccelli. In quasi ogni cultura, da qualche parte, c’è una storia di qualcuno che capiva la lingua delle bestie. È un desiderio che ci portiamo dentro da sempre: non essere soli, poter chiedere a un altro essere vivente cosa prova, e ricevere una risposta. Per millenni è rimasto una favola. Oggi, per la prima volta, è diventato un programma di ricerca. E lo strumento che lo rende possibile è lo stesso che ha imparato, prima, a tradurre noi.
Perché la storia comincia lì, dalla difficoltà di capirci tra popoli diversi.
Per quasi millecinquecento anni i geroglifici egizi sono stati muti. Nessuno sapeva più leggerli: erano diventati disegni bellissimi e incomprensibili, il ricordo di una voce spenta. Poi, nel 1799, in Egitto fu ritrovata una lastra di pietra con lo stesso decreto inciso in tre scritture diverse, tra cui il greco che ancora sapevamo leggere. Fu la chiave. Confrontando i tre testi, nel 1822 Jean-François Champollion riuscì a decifrare i geroglifici, e una civiltà tornò a parlare dopo secoli di silenzio. La lezione di quella pietra, la stele di Rosetta, è semplice e profonda: una lingua che non capiamo non è rumore. È un codice che aspetta una chiave.
Due secoli dopo, quella chiave l’abbiamo insegnata a costruire alle macchine. I traduttori automatici hanno imparato a passare da una lingua all’altra non memorizzando vocabolari, ma cogliendo la struttura nascosta delle parole: come si dispongono, quali compagnie tengono, che forma disegnano nell’uso. Al punto che oggi un sistema può accostare due lingue lontane persino senza un dizionario che le colleghi, trovando da solo le corrispondenze. Il linguaggio, per una macchina, è diventato una geometria: un insieme di regolarità da scoprire.
Ed è qui che nasce l’idea vertiginosa. Se una macchina sa trovare la struttura nascosta in qualunque lingua umana, cosa succede se la puntiamo là dove non abbiamo nessuna stele di Rosetta — nel mare, e nel giardino di casa?
Cominciamo dalle balene. Da anni un progetto internazionale chiamato CETI registra le comunicazioni dei capodogli: i loro schiocchi ritmici, le sequenze che gli studiosi chiamano coda. Nel 2024, analizzandone migliaia con l’intelligenza artificiale, un gruppo di ricerca insieme al MIT ha proposto per la prima volta una specie di «alfabeto fonetico» del capodoglio: quegli schiocchi non sono un repertorio fisso e limitato, ma un sistema combinatorio, fatto di ritmo, tempo, piccole variazioni e ornamenti, capace di generare un numero di sequenze molto più grande di quanto si pensasse. Non sappiamo ancora cosa significhino, ma cominciamo a vederne la grammatica. E c’è già chi ha provato a rispondere: in un esperimento pubblicato di recente, i ricercatori hanno riprodotto il richiamo di contatto di una megattera soprannominata Twain, e l’animale ha risposto, in uno scambio durato una ventina di minuti.
Poi ci sono i delfini. Nel 2025 Google DeepMind ha presentato un modello, DolphinGemma, addestrato su decenni di registrazioni di delfini raccolte sul campo. L’obiettivo è duplice: riconoscere le regolarità nei loro fischi e clic, e un giorno provare a generare suoni simili, per tentare uno scambio. Gira su un telefono, in acqua, accanto ai ricercatori che nuotano con i delfini — un traduttore tascabile puntato su un’altra specie.
E poi c’è l’animale più vicino a noi, quello che ci guarda da sotto il tavolo: il cane. Qui la ricerca è più modesta ma non meno affascinante, tra gli studi sui cani addestrati a comporre parole premendo pulsanti sonori e i tentativi di usare l’intelligenza artificiale per distinguere e interpretare i loro versi. È la frontiera domestica di questo sogno: capire, davvero, cosa vuole dirci chi vive con noi ogni giorno.
Che non sia più fantascienza lo dice anche il denaro. È stato istituito un premio, il Coller Dolittle Challenge, che mette in palio fino a dieci milioni di dollari per chi riuscirà a stabilire una comunicazione a due vie con un’altra specie usando l’intelligenza artificiale. Si è passati dalla leggenda dell’anello di Salomone a un bando di concorso.
Vale la pena fermarsi su cosa significherebbe, per creature come noi. Per tutta la nostra storia siamo stati gli unici, su questo pianeta, a poter chiedere «tu cosa pensi?» e attenderci una risposta articolata — e l’abbiamo ricevuta soltanto dalla nostra specie. Poter varcare quel confine cambierebbe qualcosa di profondo: la fine di una solitudine antichissima, la scoperta di non essere l’unica voce nella stanza.
Ci sono, naturalmente, delle cautele. La prima è il rischio di sentire noi stessi. Una macchina brava a trovare schemi può anche imporne, e potremmo finire per proiettare parole umane su segnali che dicono qualcosa di radicalmente diverso, o che non «dicono» affatto nel senso in cui lo intendiamo noi. Capire un’altra specie vuol dire anche accettare che pensi in un modo che non è il nostro. E poi c’è una responsabilità che pesa: se davvero cominciassimo a capire cosa provano gli animali, non potremmo più far finta di non saperlo. La possibilità di ascoltarli ci mette di fronte a come li trattiamo.
Forse è anche questo, essere post-umani: non solo convivere con un’intelligenza che abbiamo costruito noi, ma servircene per uscire dal recinto della nostra specie e scoprire quante altre menti ci sono sempre state accanto, in un silenzio che era solo nostro. Per millenni abbiamo immaginato di parlare con gli animali e li abbiamo pensati muti. Potremmo essere l’ultima generazione a crederlo.
Davide
Fonti principali:
La stele di Rosetta e la decifrazione dei geroglifici da parte di Jean-François Champollion (1822) — Encyclopaedia Britannica
Project CETI e il MIT: il primo «alfabeto fonetico» del capodoglio proposto analizzando le coda con l’AI (2024) — MIT News, Project CETI
Lo scambio con la megattera «Twain» usando un richiamo di contatto registrato — SETI Institute
DolphinGemma, il modello di Google DeepMind per analizzare (e generare) le vocalizzazioni dei delfini, con il Wild Dolphin Project (2025) — Smithsonian Magazine
Il Coller Dolittle Challenge: fino a 10 milioni di dollari per la comunicazione a due vie tra specie tramite AI — Jeremy Coller Foundation


