Cari post-umani,
per quasi tutta la nostra storia, per sapere una cosa bisognava portarsela dentro. Il sapere era qualcosa che si accumulava nella memoria, a fatica, un pezzo alla volta. Il sapiente era colui che ricordava: il cantore che teneva a mente interi poemi, il medico che aveva in testa centinaia di rimedi, l’artigiano che custodiva nelle mani il segreto di un mestiere. Conoscere e ricordare erano quasi la stessa cosa.
C’è un momento, agli albori del nostro pensiero, in cui qualcuno ha intuito che questo stava per cambiare. Nel Fedro, Platone racconta un mito: il dio egizio Theuth presenta al re Thamus la sua invenzione più preziosa, la scrittura, vantandola come un rimedio per la memoria e il sapere. Ma il re non è d’accordo. Questa invenzione, risponde, non rafforzerà la memoria, la indebolirà: gli uomini si affideranno a segni esterni invece che al ricordo interiore, e finiranno per sembrare sapienti senza esserlo, portando con sé un sapere che sta fuori di loro, non dentro. Era il primo allarme sulla conoscenza che esce dalla testa e si deposita altrove.
Da allora quel deposito esterno non ha fatto che crescere: i libri, le biblioteche, le enciclopedie, il web. Ma per venticinque secoli è rimasta valida una regola: il sapere era là fuori, però per usarlo dovevi comunque andartelo a prendere, e per le cose importanti dovevi ancora farlo tuo. Ecco perché abbiamo costruito le nostre vite intorno a un’idea semplice: si passano i primi vent’anni ad accumulare. Scuola, università, formazione. Si carica la mente il più possibile all’inizio, per poi attingere a quella riserva per il resto dell’esistenza.
È questo il modello che l’intelligenza artificiale sta incrinando. Perché oggi la conoscenza non va più accumulata in anticipo: è disponibile su richiesta, nel momento esatto in cui serve, a voce, in una conversazione. Potremmo essere l’ultima generazione ad aver dovuto passare vent’anni a riempirsi la testa prima di poter agire. Quando l’accesso al sapere diventa istantaneo e universale, l’idea stessa di caricare tutto all’inizio della vita comincia a perdere senso.
Ed è qui che, secondo me, avviene il cambiamento più profondo. Per millenni il limite della conoscenza è stato uno solo: quanto una mente riusciva a contenere e a comprendere. Adesso quel limite si sposta. La cosa scarsa non è più l’accesso al sapere, che è ovunque, ma il desiderio di sapere. La domanda smette di essere «quanto posso imparare?» e diventa «cosa voglio davvero sapere?».
Lasciate che ve lo racconti con una storia mia.
Qualche anno fa ho comprato, quasi per gioco, un’analisi del mio DNA. Volevo vedere le origini della mia famiglia, stato per stato, regione per regione, e i collegamenti con altre persone in giro per il mondo. Ci ho trovato perfino dei cugini di terzo o quarto grado che non sapevo di avere, sparsi in continenti diversi, persone di cui non avrei mai sospettato l’esistenza. Poi, l’anno scorso, l’azienda a cui avevo affidato quei dati è fallita. E qui è successa una cosa curiosa: in molti si sono precipitati a scaricare il proprio DNA in un file di testo, per non perderlo o per sottrarlo a chi avrebbe potuto comprarlo. Ma il passo nuovo è venuto dopo. Perché parecchi, quel file, hanno cominciato a caricarlo su sistemi come ChatGPT o Claude, per «parlare» con il proprio DNA: qual è l’ora migliore per svegliarmi, ha senso che io faccia questo o quello sport, quali cibi mi si addicono, e — la domanda pesante — ho predisposizioni per certe malattie.
Io, quel file, non l’ho ancora caricato. È passato più di un anno e sta ancora lì, chiuso. Sono in dubbio, per diverse ragioni. C’è il tema dei falsi positivi: una probabilità non è un destino, e una riga inquietante in un referto può pesarti addosso per anni magari senza motivo. E c’è, più in fondo, il timore di scoprire cose che forse non vorrei sapere. Eppure, lo confesso, uno di questi giorni forse lo farò. Quell’esitazione, credo, è il punto di tutto.
Perché quando possiamo sapere tutto, la conoscenza smette di essere soltanto un potere e diventa anche una scelta, e a volte un peso. Accanto al diritto di sapere, di cui parliamo sempre, ne esiste uno gemello di cui non parliamo quasi mai: il diritto di non sapere. Per gran parte della storia non c’era bisogno di nominarlo, perché l’ignoranza era la condizione naturale: non sapevi, e basta. Ma nel momento in cui sapere diventa l’impostazione predefinita — tutto a una domanda di distanza — allora scegliere di non sapere diventa un gesto attivo, e una responsabilità. Non è più qualcosa che ci capita: è qualcosa che decidiamo.
Gli antichi Greci lo avevano intuito, e lo avevano scritto sulla pietra. Sul tempio di Apollo, a Delfi, era inciso il celebre «Conosci te stesso». Noi tendiamo a leggerlo come un comando senza limiti: sappi tutto di te, scava fino in fondo. Ma proprio accanto a quella frase ne avevano incisa un’altra, che di solito dimentichiamo: «Niente di troppo». Come se avessero capito qualcosa che noi stiamo riscoprendo adesso: che la conoscenza di sé è preziosa, e che ha una misura. Che si può volere di sapere, e si può anche, legittimamente, scegliere di non sapere tutto.
Non credo che ci sia una risposta giusta uguale per tutti. C’è chi vorrà aprire ogni porta, e chi preferirà lasciarne qualcuna chiusa, e trovo che siano entrambe scelte rispettabili. Il punto non è quanto sapere, ma tornare padroni di quella scelta, invece di subirla. Perché la tecnologia ci mette davanti, per la prima volta e su una scala enorme, una possibilità che prima era riservata a pochissime cose: sapere quasi tutto di noi stessi, del nostro corpo, del nostro futuro probabile. E una possibilità così grande porta con sé una domanda altrettanto grande: fin dove vogliamo arrivare?
Forse è anche questo, essere post-umani. Non chi sa di più, ma chi impara a scegliere cosa vale la pena sapere. In un tempo in cui possiamo conoscere tutto, la vera domanda non è più quanto riusciamo a immagazzinare o a capire. È cosa desideriamo davvero scoprire. E quella scelta, a differenza della conoscenza, nessuna macchina può farla al posto nostro.
Io, intanto, il mio file ce l’ho ancora nel cassetto. Vi farò sapere.
Davide
Fonti principali:
Platone, Fedro: il mito di Theuth e del re Thamus sulla scrittura che indebolisce la memoria — Perseus / Plato, Phaedrus
Le massime del tempio di Apollo a Delfi: «Conosci te stesso» e «Niente di troppo» — Encyclopaedia Britannica
Il fallimento dell’azienda di test genetici (marzo 2025) e l’ondata di utenti che hanno scaricato o cancellato il proprio DNA per timori sulla privacy — CNN Business, NPR
Il «diritto di non sapere» nel dibattito bioetico sui test genetici — Nature (Human Genetics)


